Proiettata fuori dell'alveo spagnolo, emarginata dal servizio a corte e nell'esercito, privata del ruolo di principale interlocutore del potere, l'aristocrazia del regno di Sardegna avvertì, a partire dal 1720, un forte disagio. Maturato in cinquant'anni di dominio sabaudo, il suo risentimento esplose, tuttavia, soltanto con l'insediamento nel regno di 'consigli' rappresentativi delle comunità rurali, sottratti alla tutela feudale. All'attribuzione di funzioni di governo a uomini de "baja esfera", l'antica nobiltà reagì fondando sulla storia la legittimazione della propria egemonia sociale. Fece risalire la sua origine a un tempo addirittura anteriore alla nascita del regno, all'atto stesso della conquista da cui anche la Corona traeva legittimazione agli occhi dei sudditi. Le ampie prerogative giurisdizionali di cui l'aristocrazia fu colamata non discendevano dalla liberalità dei sovrani, ma risarcivano, e soltanto in parte, un debito inestinguibile contratto con conquistatori e difensori del regno. Per secoli i Re Cattolici provvidero alla salvaguardia dei privilegi feudali e della tradizionale gerarchia cetuale. Invece, alla nuova dinastia, che aveva ottenuto una "sovranità limitata" attraverso recenti vicende diplomatiche, era imputabile il tradimento di un patto plurisecolare, la violazione dell "ley patria", lo sconvolgimento di un consolidato equilibrio di poteri. Pur da un'ottica strettamente aristocratica, la radicale denuncia del dispotismo regio avviava la rivendicazione della peculiarità delle leggi del Regnum Sardinae e l'intangibilità di un patto originario tra sovrano e 'nazione'

Nostalgie di Spagna nella Sardegna sabauda

LEPORI, MARIA
2004

Abstract

Proiettata fuori dell'alveo spagnolo, emarginata dal servizio a corte e nell'esercito, privata del ruolo di principale interlocutore del potere, l'aristocrazia del regno di Sardegna avvertì, a partire dal 1720, un forte disagio. Maturato in cinquant'anni di dominio sabaudo, il suo risentimento esplose, tuttavia, soltanto con l'insediamento nel regno di 'consigli' rappresentativi delle comunità rurali, sottratti alla tutela feudale. All'attribuzione di funzioni di governo a uomini de "baja esfera", l'antica nobiltà reagì fondando sulla storia la legittimazione della propria egemonia sociale. Fece risalire la sua origine a un tempo addirittura anteriore alla nascita del regno, all'atto stesso della conquista da cui anche la Corona traeva legittimazione agli occhi dei sudditi. Le ampie prerogative giurisdizionali di cui l'aristocrazia fu colamata non discendevano dalla liberalità dei sovrani, ma risarcivano, e soltanto in parte, un debito inestinguibile contratto con conquistatori e difensori del regno. Per secoli i Re Cattolici provvidero alla salvaguardia dei privilegi feudali e della tradizionale gerarchia cetuale. Invece, alla nuova dinastia, che aveva ottenuto una "sovranità limitata" attraverso recenti vicende diplomatiche, era imputabile il tradimento di un patto plurisecolare, la violazione dell "ley patria", lo sconvolgimento di un consolidato equilibrio di poteri. Pur da un'ottica strettamente aristocratica, la radicale denuncia del dispotismo regio avviava la rivendicazione della peculiarità delle leggi del Regnum Sardinae e l'intangibilità di un patto originario tra sovrano e 'nazione'
88-430-3175-9
Riforme; feudatari; vassalli
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