Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado è una delle fonti di maggiore rilevanza per la ricostruzione della storia sarda del Medioevo, in particolare per la storia del Giudicato d’Arborea nei secoli XII e XIII, e, più in generale, per la storia economica e della società della Sardegna giudicale; ma fonte importante è pure, insieme agli altri condaghi e carte medievali, per la storia della lingua sarda e in genere per gli studi filologici e glottologici: per la tipologia varia delle scritture, per la sintassi che, se sotto molti aspetti è simile a quella dell’attualità contemporanea, per altri rivela fatti tipici del Medioevo, più generalmente romanzi (il soggetto postverbale, la vigenza della legge Tobler-Mussafia, l’accessibilità al ramo sinistro della frase, la prevalenza dei costrutti paratattici, per esempio) o più propriamente sardi. Più in specifico il nostro condaghe ci attesta la lingua di un’area particolare, quella arborense, che si dimostra, ieri come oggi, dialettologicamente di cerniera, non soltanto da un punto di vista diatopico, ma anche diacronico. L’area arborense mostra infatti attualmente una densità e un accavallarsi fitto di quelle isoglosse che dividono le aree dialettali del settentrione sardo da quelle del meridione: segno di una “crisi” linguistica che qui, zona geograficamente intermedia dell’Isola, si è come marmorizzata fino ad oggi; le scritture medievali d’Arborea dal canto loro, e il nostro condaghe rivelano – come si vedrà più partitamente nel capitolo successivo di questa prefazione – una variazione sincronica che altri testi medievali sardi o non mostrano o mostrano in misura assai più contenuta. Tutto ciò è segno che nell’Arborea la trasformazione in categoria delle diverse varianti in gioco, a partire da rispettivi dati di base suscettibili di evoluzione in direzioni diverse, è stata più sofferta e di più difficile risoluzione, o addirittura non si è risolta, permanendo invece la variabilità.

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado

VIRDIS, MAURIZIO
2003

Abstract

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado è una delle fonti di maggiore rilevanza per la ricostruzione della storia sarda del Medioevo, in particolare per la storia del Giudicato d’Arborea nei secoli XII e XIII, e, più in generale, per la storia economica e della società della Sardegna giudicale; ma fonte importante è pure, insieme agli altri condaghi e carte medievali, per la storia della lingua sarda e in genere per gli studi filologici e glottologici: per la tipologia varia delle scritture, per la sintassi che, se sotto molti aspetti è simile a quella dell’attualità contemporanea, per altri rivela fatti tipici del Medioevo, più generalmente romanzi (il soggetto postverbale, la vigenza della legge Tobler-Mussafia, l’accessibilità al ramo sinistro della frase, la prevalenza dei costrutti paratattici, per esempio) o più propriamente sardi. Più in specifico il nostro condaghe ci attesta la lingua di un’area particolare, quella arborense, che si dimostra, ieri come oggi, dialettologicamente di cerniera, non soltanto da un punto di vista diatopico, ma anche diacronico. L’area arborense mostra infatti attualmente una densità e un accavallarsi fitto di quelle isoglosse che dividono le aree dialettali del settentrione sardo da quelle del meridione: segno di una “crisi” linguistica che qui, zona geograficamente intermedia dell’Isola, si è come marmorizzata fino ad oggi; le scritture medievali d’Arborea dal canto loro, e il nostro condaghe rivelano – come si vedrà più partitamente nel capitolo successivo di questa prefazione – una variazione sincronica che altri testi medievali sardi o non mostrano o mostrano in misura assai più contenuta. Tutto ciò è segno che nell’Arborea la trasformazione in categoria delle diverse varianti in gioco, a partire da rispettivi dati di base suscettibili di evoluzione in direzioni diverse, è stata più sofferta e di più difficile risoluzione, o addirittura non si è risolta, permanendo invece la variabilità.
88-87825-74-2
Lingua sarda medievale, Letteratura sarda medievale, Condaghes
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