Abstract del saggio. La Camera del Lavoro provinciale di Cagliari rinasce nell’ottobre 1944, sulla base del Patto di Roma del 9 giugno 1944 che impegna tutti i partiti antifascisti a costruire un sindacato libero, unitario e autonomo; essa nasce in una città e in una provincia che già da un anno ha cominciato a rianimarsi per affrontare la profonda crisi economica e sociale in cui le distruttive vicende della guerra l’avevano precipitata: proprio la disoccupazione e la povertà generalizzate nelle città e nelle campane rendevano ancora più urgente la rinascita sindacale, contemporanea della ripresa della lotta politica democratica e della riorganizzazione delle associazioni industriali. A Cagliari e negli altri centri della provincia le prime lotte contro il carovita, la speculazione e la borsa nera si combinano con le prime richieste di adeguamenti salariali da parte delle nascenti leghe nei principali settori produttivi che pian piano riprendono a funzionare. Con il 1945, la Camera del Lavoro si trova a confrontarsi con l’istituzione della Consulta Regionale e con i primi stanziamenti statali speciali per la Sardegna. Quello stesso anno, il Congresso della CGIL dell’Italia liberata, svoltosi a Napoli tra il 28 gennaio e il 1° febbraio 1945, centralizza la contrattazione del salario a livello confederale per tutte le categorie dei lavoratori, spingendo così anche la Camera del Lavoro di Cagliari ad un lavoro febbrile per ricostruire il sindacato in tutti i luoghi di lavoro e in tutti i territori della provincia per far applicare i contratti nazionali. I minatori del Sulcis danno vita, fin dal gennaio 1945, ad una serie di scioperi per richiedere migliori condizioni di vita e di lavoro, mentre il nascente movimento contadino per il lavoro e per la concessione delle terre incolte pone alla CGIL l’urgenza di costituire la Federterra. Tra l’estate del 1945 e la primavera del 1947, anche i cagliaritani ed i sardi compiono un rapido apprendistato di quella democrazia cui il ventennio fascista non li aveva preparati, e di questo apprendistato democratico la CGIL è uno dei protagonisti. Gli scioperi di questo periodo non avvengono in un terreno asettico, ma sono in rapporto sia con la dura condizione di vita dei lavoratori cagliaritani, sia con i ritmi e le scadenze della lotta politica che vivono tutto il paese e il “mondo diviso”, sia ancora con le contraddizioni sociali che in questa lotta si esprimono e si riflettono a livello sindacale. Alla fine del 1947 la Camera del Lavoro di Cagliari si trova sospesa fra la necessità di preservare l’unità sindacale e l’esigenza di rappresentare i malumori e le lotte dei lavoratori della provincia, e tutto ciò nel quadro della scomoda posizione della CGIL nazionale e del suo segretario Di Vittorio, accusato dalla componente cristiana di politicizzare le lotte, e criticato anche dal PCI che gli rimprovera l’eccessiva remissività nei confronti degli industriali e l’agnosticismo verso il Piano Marshall. Il 1° Congresso della Federazione di Cagliari del PCI critica la CGIL. Anche in Sardegna la campagna del 1948 per le elezioni del primo parlamento repubblicano viene impostata dalla DC sulla “paura del comunismo”e sulla “difesa della libertà”, cui si contrappone un’altrettanto veemente campagna condotta dal PCI “contro il governo affamatore e servo degli americani”. Poiché molti sindacalisti aderiscono al fronte popolare democratico, le ripercussioni dei risultati elettorali del 18 aprile si fanno sentire anche sulla CGIL in Sardegna, che viene identificata con l’opposizione perdente. Dopo lo sciopero nazionale di protesta per l’attentato a Togliatti, a Cagliari lo sciopero del bracciantato proclamato nello stesso luglio 1948, è motivo di scontro e di rottura con la componente cristiana, che lascia la cgil. Qualche mese dopo la scissione sindacale, si scatena il durissimo sciopero generale di Cagliari e soprattutto quello dell’Iglesiente, in uno scontro sociale molto acuto, con le famiglie dei minatori letteralmente ridotte alla fame. Lo sciopero si conclude il 1° marzo 1949 su ordine della Camera del Lavoro di Cagliari con una sconfitta netta dei minatori che lascerà il segno per almeno un decennio. E così mentre il movimento di occupazione delle terre del 1949-50 vede la sola cgil e la federterra, invece fra le categorie industriali, e sopratutto nel bacino carbonifero del Sulcis, sono indetti fra il marzo e il luglio 1950 scioperi economici unitari dalla Camera del Lavoro e dall'Unione provinciale della Cisl di Cagliari. Infine il coordinamento fra le tre Camere del Lavoro della Sardegna è alla base di quel "Congresso del popolo sardo" che si svolge nel maggio 1950, con i soli partiti di sinistra, per studiare e promuovere lo sviluppo della Sardegna.

La rinascita del movimento sindacale e le lotte sociali a Cagliari negli anni della ricostruzione (1944-1950)

MELE, GIANNARITA
2007-01-01

Abstract

Abstract del saggio. La Camera del Lavoro provinciale di Cagliari rinasce nell’ottobre 1944, sulla base del Patto di Roma del 9 giugno 1944 che impegna tutti i partiti antifascisti a costruire un sindacato libero, unitario e autonomo; essa nasce in una città e in una provincia che già da un anno ha cominciato a rianimarsi per affrontare la profonda crisi economica e sociale in cui le distruttive vicende della guerra l’avevano precipitata: proprio la disoccupazione e la povertà generalizzate nelle città e nelle campane rendevano ancora più urgente la rinascita sindacale, contemporanea della ripresa della lotta politica democratica e della riorganizzazione delle associazioni industriali. A Cagliari e negli altri centri della provincia le prime lotte contro il carovita, la speculazione e la borsa nera si combinano con le prime richieste di adeguamenti salariali da parte delle nascenti leghe nei principali settori produttivi che pian piano riprendono a funzionare. Con il 1945, la Camera del Lavoro si trova a confrontarsi con l’istituzione della Consulta Regionale e con i primi stanziamenti statali speciali per la Sardegna. Quello stesso anno, il Congresso della CGIL dell’Italia liberata, svoltosi a Napoli tra il 28 gennaio e il 1° febbraio 1945, centralizza la contrattazione del salario a livello confederale per tutte le categorie dei lavoratori, spingendo così anche la Camera del Lavoro di Cagliari ad un lavoro febbrile per ricostruire il sindacato in tutti i luoghi di lavoro e in tutti i territori della provincia per far applicare i contratti nazionali. I minatori del Sulcis danno vita, fin dal gennaio 1945, ad una serie di scioperi per richiedere migliori condizioni di vita e di lavoro, mentre il nascente movimento contadino per il lavoro e per la concessione delle terre incolte pone alla CGIL l’urgenza di costituire la Federterra. Tra l’estate del 1945 e la primavera del 1947, anche i cagliaritani ed i sardi compiono un rapido apprendistato di quella democrazia cui il ventennio fascista non li aveva preparati, e di questo apprendistato democratico la CGIL è uno dei protagonisti. Gli scioperi di questo periodo non avvengono in un terreno asettico, ma sono in rapporto sia con la dura condizione di vita dei lavoratori cagliaritani, sia con i ritmi e le scadenze della lotta politica che vivono tutto il paese e il “mondo diviso”, sia ancora con le contraddizioni sociali che in questa lotta si esprimono e si riflettono a livello sindacale. Alla fine del 1947 la Camera del Lavoro di Cagliari si trova sospesa fra la necessità di preservare l’unità sindacale e l’esigenza di rappresentare i malumori e le lotte dei lavoratori della provincia, e tutto ciò nel quadro della scomoda posizione della CGIL nazionale e del suo segretario Di Vittorio, accusato dalla componente cristiana di politicizzare le lotte, e criticato anche dal PCI che gli rimprovera l’eccessiva remissività nei confronti degli industriali e l’agnosticismo verso il Piano Marshall. Il 1° Congresso della Federazione di Cagliari del PCI critica la CGIL. Anche in Sardegna la campagna del 1948 per le elezioni del primo parlamento repubblicano viene impostata dalla DC sulla “paura del comunismo”e sulla “difesa della libertà”, cui si contrappone un’altrettanto veemente campagna condotta dal PCI “contro il governo affamatore e servo degli americani”. Poiché molti sindacalisti aderiscono al fronte popolare democratico, le ripercussioni dei risultati elettorali del 18 aprile si fanno sentire anche sulla CGIL in Sardegna, che viene identificata con l’opposizione perdente. Dopo lo sciopero nazionale di protesta per l’attentato a Togliatti, a Cagliari lo sciopero del bracciantato proclamato nello stesso luglio 1948, è motivo di scontro e di rottura con la componente cristiana, che lascia la cgil. Qualche mese dopo la scissione sindacale, si scatena il durissimo sciopero generale di Cagliari e soprattutto quello dell’Iglesiente, in uno scontro sociale molto acuto, con le famiglie dei minatori letteralmente ridotte alla fame. Lo sciopero si conclude il 1° marzo 1949 su ordine della Camera del Lavoro di Cagliari con una sconfitta netta dei minatori che lascerà il segno per almeno un decennio. E così mentre il movimento di occupazione delle terre del 1949-50 vede la sola cgil e la federterra, invece fra le categorie industriali, e sopratutto nel bacino carbonifero del Sulcis, sono indetti fra il marzo e il luglio 1950 scioperi economici unitari dalla Camera del Lavoro e dall'Unione provinciale della Cisl di Cagliari. Infine il coordinamento fra le tre Camere del Lavoro della Sardegna è alla base di quel "Congresso del popolo sardo" che si svolge nel maggio 1950, con i soli partiti di sinistra, per studiare e promuovere lo sviluppo della Sardegna.
978-88-430-3979-1
storia contemporanea; movimento sindacale; storia del lavoro
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