Inquadrabile cronologicamente fra la caduta del muro di Berlino e il tramonto della prima Repubblica, Le nuvole (1990) è un’opera capace di levitare, grazie alla sua veste allegorica, ben oltre gli stringenti riferimenti storici, fino a rappresentare in generale la condizione dell’uomo imbastita nella trama dei vincoli sociali. Se il titolo deriva dall’omonima commedia di Aristofane, la quale metteva alla berlina le nuove filosofie minanti i valori tradizionali della società ateniese, qui le «“nuvole” sono da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti sulla nostra vita economica e politica e sociale, il cui ruolo fondamentale sembra essere quello di mettersi fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole» (De André 2016: 191), come chiarisce in forma lirica l’eponimo brano d’apertura. E tuttavia il titolo concepito in origine, Ottocento, estendeva il discorso della seconda traccia all’articolazione testuale e sonora dell’intero concept album: la finalità era quella di innescare un sotterraneo parallelismo fra il clima conformistico dell’ancien régime, in seguito alla caduta dell’impero napoleonico, e l’apoteosi dell’economia di mercato conseguente al tramonto dell’impero sovietico («il capitalismo non può essere democratico», De André 2016: 11). Nel contesto di avvenimenti drammatici i due autori, Fabrizio De André e Mauro Pagani, la cui impronta è riconoscibilissima sul versante musicale, mettono in scena il ripudio degli ideali da parte della società civile come conseguenza della sconfitta delle grandi ideologie di matrice ottocentesca, prefigurata dalla caduta del muro. La struttura dell’album viene così costantemente innervata da una teoria di riferimenti temporali che fa vacillare l’ascoltatore fra le inquietudini di avvenimenti ripresi in tempo reale e l’insidioso affiorare di una memoria consolidata dai processi sedimentari della Storia.

Il sistema binario de Le nuvole: allegoria e macchina del tempo

Andrea Cannas
2021-01-01

Abstract

Inquadrabile cronologicamente fra la caduta del muro di Berlino e il tramonto della prima Repubblica, Le nuvole (1990) è un’opera capace di levitare, grazie alla sua veste allegorica, ben oltre gli stringenti riferimenti storici, fino a rappresentare in generale la condizione dell’uomo imbastita nella trama dei vincoli sociali. Se il titolo deriva dall’omonima commedia di Aristofane, la quale metteva alla berlina le nuove filosofie minanti i valori tradizionali della società ateniese, qui le «“nuvole” sono da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti sulla nostra vita economica e politica e sociale, il cui ruolo fondamentale sembra essere quello di mettersi fra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole» (De André 2016: 191), come chiarisce in forma lirica l’eponimo brano d’apertura. E tuttavia il titolo concepito in origine, Ottocento, estendeva il discorso della seconda traccia all’articolazione testuale e sonora dell’intero concept album: la finalità era quella di innescare un sotterraneo parallelismo fra il clima conformistico dell’ancien régime, in seguito alla caduta dell’impero napoleonico, e l’apoteosi dell’economia di mercato conseguente al tramonto dell’impero sovietico («il capitalismo non può essere democratico», De André 2016: 11). Nel contesto di avvenimenti drammatici i due autori, Fabrizio De André e Mauro Pagani, la cui impronta è riconoscibilissima sul versante musicale, mettono in scena il ripudio degli ideali da parte della società civile come conseguenza della sconfitta delle grandi ideologie di matrice ottocentesca, prefigurata dalla caduta del muro. La struttura dell’album viene così costantemente innervata da una teoria di riferimenti temporali che fa vacillare l’ascoltatore fra le inquietudini di avvenimenti ripresi in tempo reale e l’insidioso affiorare di una memoria consolidata dai processi sedimentari della Storia.
Fabrizio De André; Le nuvole; Canzone d'autore; Canzone politica; Lingue minoritarie
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11584/321530
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