Viceré, segreterie e governo del territorio Il saggio nasce nell’ambito di un progetto di ricerca teso ad evidenziare la articolazione dei rapporti createsi tra Piemonte e Sardegna nell’età delle riforme. Sebbene sul piano storiografico il paradigma centro-periferia sia stato sottoposto a critiche e revisioni il fatto che le realtà locali siano entrate in gioco come protagoniste di una relazione di reciproca influenza con i "centri" e che diversi fattori siano intervenuti ad arricchire e rendere più dinamici questi rapporti, appare innegabile. L’ A. utilizza questo schema concettuale e teorico con particolare attenzione alle costruzioni culturali e ideologiche e alle appartenenze identitarie che nell’età delle riforme hanno caratterizzato la riorganizzazione dello Stato sabaudo e ne hanno rafforzato la sua compagine interna. La storiografia piemontese, (Quazza, Venturi, Recuperati) ha finora interpretato le modifiche introdotte in ambito amministrativo, fiscale ed economico (dalle intendenze alla riforma dei civici, dal riscatto dei feudi in Savoia alla introduzione del catasto) sottolineando il ruolo dirigista svolto dal Principe e dai suoi più stretti collaboratori che avrebbero imposto e guidato dall’alto queste trasformazioni superando le resistenze delle comunità riluttanti. Attraverso una lettura comparata delle fonti ministeriali e di quelle periferiche il saggio pone in evidenza il ruolo di mediazione che la nobiltà, il clero e i ceti locali sono riusciti ad esercitare nei confronti delle iniziative assunte dal governo centrale favorendone il successo o decretandone il fallimento. Altrettanto significativa appare la funzione svolta dalle segreterie territoriali e dalle magistrature locali: le fonti periferiche confermano il fatto che esse non furono “mere esecutrici” ma interpreti capaci di adattare alle situazioni contingenti gli ordini regi. Mediando tra le antiche leggi del regno di Sardegna e le disposizioni della corona esse agiscono con autonomia trasferendo nell’azione burocratica idee e convinzioni maturate nel contatto quotidiano con i ceti territoriali. In tal modo esse attivarono un virtuoso dialogo che riuscì a ridurre progressivamente il controllo che la feudalità esercitava sulle comunità. Più che la ferrea volontà del Principe, a rendere possibili “il risveglio della agricoltura”, a stroncare l’usura, ad istituire un capillare sistema di credito agrario, a favorire l’incremento delle terre coltivate e dell’export cerelicolo di fine 700 (+ 100 mila quintali) contribuì il sostegno e la collaborazione offerta da quei ceti rurali intermedi che nella politica di “pubblica felicità” avviata dalla corona intravvidero nuove possibilità di ascesa sociale.

Viceré, segreterie e governo del territorio: i progetti di sviluppo agricolo

TORE, GIANFRANCO
2005-01-01

Abstract

Viceré, segreterie e governo del territorio Il saggio nasce nell’ambito di un progetto di ricerca teso ad evidenziare la articolazione dei rapporti createsi tra Piemonte e Sardegna nell’età delle riforme. Sebbene sul piano storiografico il paradigma centro-periferia sia stato sottoposto a critiche e revisioni il fatto che le realtà locali siano entrate in gioco come protagoniste di una relazione di reciproca influenza con i "centri" e che diversi fattori siano intervenuti ad arricchire e rendere più dinamici questi rapporti, appare innegabile. L’ A. utilizza questo schema concettuale e teorico con particolare attenzione alle costruzioni culturali e ideologiche e alle appartenenze identitarie che nell’età delle riforme hanno caratterizzato la riorganizzazione dello Stato sabaudo e ne hanno rafforzato la sua compagine interna. La storiografia piemontese, (Quazza, Venturi, Recuperati) ha finora interpretato le modifiche introdotte in ambito amministrativo, fiscale ed economico (dalle intendenze alla riforma dei civici, dal riscatto dei feudi in Savoia alla introduzione del catasto) sottolineando il ruolo dirigista svolto dal Principe e dai suoi più stretti collaboratori che avrebbero imposto e guidato dall’alto queste trasformazioni superando le resistenze delle comunità riluttanti. Attraverso una lettura comparata delle fonti ministeriali e di quelle periferiche il saggio pone in evidenza il ruolo di mediazione che la nobiltà, il clero e i ceti locali sono riusciti ad esercitare nei confronti delle iniziative assunte dal governo centrale favorendone il successo o decretandone il fallimento. Altrettanto significativa appare la funzione svolta dalle segreterie territoriali e dalle magistrature locali: le fonti periferiche confermano il fatto che esse non furono “mere esecutrici” ma interpreti capaci di adattare alle situazioni contingenti gli ordini regi. Mediando tra le antiche leggi del regno di Sardegna e le disposizioni della corona esse agiscono con autonomia trasferendo nell’azione burocratica idee e convinzioni maturate nel contatto quotidiano con i ceti territoriali. In tal modo esse attivarono un virtuoso dialogo che riuscì a ridurre progressivamente il controllo che la feudalità esercitava sulle comunità. Più che la ferrea volontà del Principe, a rendere possibili “il risveglio della agricoltura”, a stroncare l’usura, ad istituire un capillare sistema di credito agrario, a favorire l’incremento delle terre coltivate e dell’export cerelicolo di fine 700 (+ 100 mila quintali) contribuì il sostegno e la collaborazione offerta da quei ceti rurali intermedi che nella politica di “pubblica felicità” avviata dalla corona intravvidero nuove possibilità di ascesa sociale.
2005
8843034480
Monarchia sabauda; Illuminismo; Riforme
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