Quarta di copertina: Gli scritti del filosofo antifascista Eugenio Colorni rappresentano il punto di arrivo di un percorso intellettuale assai variegato e complesso. Solo parzialmente pubblicati subito dopo la Seconda guerra mondiale, essi contribuirono a destare l'interesse della cultura filosofica italiana, ancora condizionata dall'influenza di Croce e Gentile, per le questioni di metodologia e di filosofia della scienza (nelle quali Colorni importò una precoce attenzione per la psicanalisi). Raccolti una prima volta nel 1975 insieme con i testi autobiografici e gli studi leibniziani (Eugenio Colorni, Scritti, con introduzione di Norberto Bobbio, La Nuova Italia), vengono adesso qui nuovamente proposti al lettore con un ricco commento e una nuova interpretazione critica. Nato a Milano nel 1909 da famiglia ebraica, allievo di Giuseppe Antonio Borgese e di Piero Martinetti, Colorni si accosta alla filosofia tramite una precoce lettura dell'estetica crociana e, fin da principio, ricerca nel pensiero di Leibniz lo stimolo per svincolarsi dall'eredità del neo-idealismo. La svolta metodologica giunge però nella seconda metà degli anni Trenta, quando Colorni conosce a Trieste Umberto Saba, il «poeta libraio» che «parla il gergo della psicanalisi» e a cui egli attribuisce la guarigione dalla «malattia» della metafisica. Colorni accompagnò sempre l'attività filosofica, che pure considerava il suo primario interesse, con l'impegno politico antifascista. Nel 1930 si avvicinò al gruppo milanese di «Giustizia e Libertà» e, nel 1935, aderí al «Centro interno socialista», costituito per iniziativa di Rodolfo Morandi, Lucio Luzzatto e Lelio Basso. Arrestato come ebreo antifascista nel 1938, venne confinato sull'isola di Ventotene. Qui strinse amicizia con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, coi quali collaborò, insieme con la moglie Ursula Hirschmann, alla stesura del Manifesto di Ventotene, documento fondamentale dell'europeismo federalista. Trasferito in seguito a Melfi, riuscì a fuggire e a riprendere una «febbrile» attività antifascista che lo portò, fra l'altro, a divenire caporedattore dell'«Avanti!» clandestino. Fu assassinato a Roma, nel 1944, da una squadraccia della Banda Koch, pochi giorni prima della liberazione della città. Nel 1946 gli venne conferita la medaglia d'oro al valor militare.

Introduzione

CERCHIAI, GERI FRANCO
2009-01-01

Abstract

Quarta di copertina: Gli scritti del filosofo antifascista Eugenio Colorni rappresentano il punto di arrivo di un percorso intellettuale assai variegato e complesso. Solo parzialmente pubblicati subito dopo la Seconda guerra mondiale, essi contribuirono a destare l'interesse della cultura filosofica italiana, ancora condizionata dall'influenza di Croce e Gentile, per le questioni di metodologia e di filosofia della scienza (nelle quali Colorni importò una precoce attenzione per la psicanalisi). Raccolti una prima volta nel 1975 insieme con i testi autobiografici e gli studi leibniziani (Eugenio Colorni, Scritti, con introduzione di Norberto Bobbio, La Nuova Italia), vengono adesso qui nuovamente proposti al lettore con un ricco commento e una nuova interpretazione critica. Nato a Milano nel 1909 da famiglia ebraica, allievo di Giuseppe Antonio Borgese e di Piero Martinetti, Colorni si accosta alla filosofia tramite una precoce lettura dell'estetica crociana e, fin da principio, ricerca nel pensiero di Leibniz lo stimolo per svincolarsi dall'eredità del neo-idealismo. La svolta metodologica giunge però nella seconda metà degli anni Trenta, quando Colorni conosce a Trieste Umberto Saba, il «poeta libraio» che «parla il gergo della psicanalisi» e a cui egli attribuisce la guarigione dalla «malattia» della metafisica. Colorni accompagnò sempre l'attività filosofica, che pure considerava il suo primario interesse, con l'impegno politico antifascista. Nel 1930 si avvicinò al gruppo milanese di «Giustizia e Libertà» e, nel 1935, aderí al «Centro interno socialista», costituito per iniziativa di Rodolfo Morandi, Lucio Luzzatto e Lelio Basso. Arrestato come ebreo antifascista nel 1938, venne confinato sull'isola di Ventotene. Qui strinse amicizia con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, coi quali collaborò, insieme con la moglie Ursula Hirschmann, alla stesura del Manifesto di Ventotene, documento fondamentale dell'europeismo federalista. Trasferito in seguito a Melfi, riuscì a fuggire e a riprendere una «febbrile» attività antifascista che lo portò, fra l'altro, a divenire caporedattore dell'«Avanti!» clandestino. Fu assassinato a Roma, nel 1944, da una squadraccia della Banda Koch, pochi giorni prima della liberazione della città. Nel 1946 gli venne conferita la medaglia d'oro al valor militare.
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